Se stai valutando un impianto fotovoltaico in azienda, la domanda non è solo “quanti kW installo”. La domanda che ti evita ritardi, integrazioni infinite e problemi in collaudo è questa: chi firma il progetto elettrico e con quale responsabilità. Perché la firma non è un dettaglio formale. È ciò che tiene in piedi la conformità, la connessione alla rete, l’accesso agli incentivi e – lato operativo – la continuità produttiva.
Chi firma progetto elettrico impianto fotovoltaico aziendale
In Italia la firma del progetto elettrico per un impianto fotovoltaico aziendale è in capo a un professionista abilitato, iscritto al relativo Albo, con competenze coerenti con l’opera e con gli elaborati prodotti. Nella pratica industriale parliamo quasi sempre di un ingegnere elettrico (o perito industriale elettrotecnico) che si assume responsabilità tecnica su scelte progettuali, dimensionamenti, schemi e verifiche.
Il punto operativo è questo: non basta “un timbro” per far partire un cantiere. Un impianto FV industriale interagisce con la tua infrastruttura elettrica esistente, con protezioni, selettività, qualità della tensione, eventuale cabina MT/BT, e soprattutto con le regole di connessione del distributore. La firma deve stare su un progetto che regge le verifiche – e le domande che arrivano – da Enel/DSO, dal Comune quando serve, e dalle pratiche legate a GSE o a misure di incentivo.
Progetto elettrico e dichiarazione di conformità: due piani diversi
Molte incomprensioni nascono qui. Il progetto elettrico è un set di elaborati che definisce come l’impianto deve essere realizzato. La dichiarazione di conformità (Di.Co.) è ciò che l’impresa installatrice rilascia a fine lavori per attestare che l’impianto è stato realizzato a regola d’arte secondo il progetto e le norme applicabili.
Tradotto in logica aziendale: il progettista firma “prima” e risponde delle scelte tecniche. L’installatore firma “dopo” e risponde dell’esecuzione. Se uno dei due elementi è debole, il rischio si sposta su di te sotto forma di extra-costi, stop in fase di connessione, o peggio interventi correttivi a impianto finito.
Quando la firma è obbligatoria e quando è solo prudente
La normativa impone la redazione del progetto da parte di un professionista iscritto all’Albo in diversi casi tipici del mondo industriale: potenze rilevanti, ambienti particolari, presenza di cabina, sistemi complessi, e in generale quando l’impianto elettrico supera certe soglie o presenta criticità tecniche.
Ma anche quando la firma non fosse “formalmente” obbligatoria per una specifica porzione, in un contesto aziendale spesso è prudente che il progetto sia comunque firmato da chi ha competenze e responsabilità chiare. Per un motivo semplice: la complessità reale non coincide con la casistica minima di legge. Se hai carichi variabili, rifasamento, motori, linee produttive sensibili, o stai pianificando accumulo e revamping, un progetto superficialmente impostato diventa un costo occulto.
Il fattore connessione: qui si vede la differenza
La connessione alla rete non è una formalità. È un processo con specifiche tecniche, documentazione, schemi e verifiche. Nella filiera, la firma del progetto pesa perché ciò che viene depositato e inviato deve essere coerente: unifilari, tarature, protezioni di interfaccia, configurazione dell’impianto, e compatibilità con il punto di consegna.
Se la documentazione non è “pulita”, arrivano richieste di integrazione. E ogni integrazione è tempo, fermo decisionale e spesso riprogettazione. Per un’azienda, tempo significa costo fisso che continua a correre e autoconsumo che non parte.
Chi firma cosa: ruoli e responsabilità senza ambiguità
In un progetto FV aziendale serio ci sono più firme e più responsabilità. Confonderle è il modo più rapido per non capire dove si sta inceppando la pratica.
Progettista elettrico: firma gli elaborati e la logica impiantistica
Il professionista abilitato firma tipicamente relazione tecnica, schemi elettrici, dimensionamenti cavi e protezioni, verifiche, layout e tutti gli elaborati richiesti per la realizzazione e per la connessione. La firma qui non è “estetica”: vuol dire che le scelte sono state fatte secondo norme e regole tecniche, e che in caso di contestazioni c’è una responsabilità professionale.
Impresa installatrice: firma la Di.Co. e risponde dell’esecuzione
L’impresa esecutrice rilascia la dichiarazione di conformità con allegati obbligatori (tra cui il progetto quando previsto). Se in cantiere si cambia qualcosa rispetto al progetto, non è un dettaglio da “aggiustare dopo”. O il progetto viene aggiornato e rifirmato, oppure si crea un buco documentale che torna fuori al collaudo o alla richiesta di incentivo.
Collaudi, verifiche e tarature: responsabilità tecnica e rischio operativo
In ambito industriale, la parte di verifiche strumentali, tarature e prove funzionali non è un accessorio. Serve a dimostrare che protezioni e interfaccia operano correttamente, che l’impianto è sicuro e che non generi problemi in rete o in stabilimento. Anche qui, la differenza tra un progetto “da preventivo” e un progetto “da esercizio” si vede nei dettagli.
Documenti dove la firma pesa davvero (e impatta su incentivi)
Quando un CFO o un responsabile energia chiede certezze su tempi e contributi, la variabile più sottovalutata è la qualità documentale. Non perché “la carta è importante”, ma perché gli incentivi e le connessioni si basano su requisiti verificabili.
Gli elaborati tipici che devono essere coerenti – e spesso firmati – includono schemi unifilari, relazioni di calcolo, impostazioni delle protezioni, documentazione del dispositivo di interfaccia, e tutta la parte richiesta nelle pratiche di connessione. Se poi stai lavorando su misure come Transizione 5.0 o su configurazioni che coinvolgono GSE, l’ordine dei documenti e la tracciabilità delle scelte tecniche diventano ancora più rilevanti.
Qui vale una regola pratica: più alto è il valore economico dell’agevolazione o del risparmio atteso, meno conviene risparmiare sulla qualità del progetto e della firma. Il rischio non è teorico. È la differenza tra “impianto che produce” e “impianto che aspetta”.
Cosa cambia se hai cabina MT/BT o un impianto elettrico complesso
Molte aziende in Puglia e nel Mezzogiorno hanno cabine MT/BT, quadri principali stratificati negli anni, carichi energivori e picchi importanti. In questi casi il fotovoltaico non è un impianto isolato: è un generatore che entra nel tuo sistema.
La firma del progetto deve coprire aspetti come coordinamento delle protezioni, selettività, rifasamento, correnti di corto circuito, e impatti sull’esercizio. Se queste verifiche non ci sono, ti esponi a scatti intempestivi, reset di inverter, interruzioni linea, o limitazioni di produzione. Risultato: ROI peggiora e la produzione non segue il piano economico-finanziario.
Come evitare il classico scenario “preventivo veloce, progetto lento”
Succede spesso: ti presentano un numero in pochi giorni, poi la progettazione e le pratiche diventano un imbuto. Non è malafede, è struttura. Se chi vende non controlla internamente la filiera tecnica, la firma del progetto diventa un passaggio esterno che entra in coda, con tempi e qualità non governabili.
Un approccio ingegneristico parte al contrario: audit dei consumi, lettura dei profili di carico, verifica della rete interna e del punto di consegna, e solo dopo dimensionamento del fotovoltaico in logica autoconsumo. La firma del progetto arriva su un impianto che ha già una ragione economica e una compatibilità elettrica dimostrabile. È così che si riducono le varianti e si proteggono tempi e contributi.
La domanda giusta da fare al fornitore
Non chiedere solo “chi firma”. Chiedi come viene costruito il progetto e chi risponde se il distributore chiede integrazioni o se emergono criticità in cabina e quadri.
Se la risposta è vaga, il rischio è che tu stia comprando un impianto fotovoltaico, ma ti stiano lasciando in mano un progetto elettrico come pratica a parte. In ambito industriale, questa separazione è quasi sempre un moltiplicatore di costi indiretti.
Per chi cerca un interlocutore unico con gestione interna di progettazione, impiantistica elettrica e pratiche di connessione, Cresco Energy lavora proprio con questa logica: progettazione su misura sui carichi reali, integrazione con quadri e cabine, e documentazione impostata per ridurre attriti con Enel, GSE e iter autorizzativi.
Una chiusura utile: la firma come assicurazione sul margine
La firma sul progetto elettrico non è una formalità da spuntare. È la tua assicurazione tecnica sul fatto che il fotovoltaico non diventi un asset “installato ma non ottimizzato”, o peggio un impianto che genera scambi di mail invece di kWh. Se vuoi trasformare la spesa energetica in margine operativo, pretendi una firma che stia su un progetto che regge in cabina, in rete e nei documenti. Tutto il resto è rumore.



