Il ROI di un fotovoltaico industriale non lo decide un “prezzo al kW”. Lo decide il profilo di carico del tuo stabilimento, ora per ora. Due aziende con la stessa bolletta annua possono avere ritorni completamente diversi: una lavora a ciclo continuo, l’altra concentra i consumi la sera; una ha picchi che saturano la cabina, l’altra ha margine; una ha un tetto libero e orientato bene, l’altra ha ombreggiamenti e vincoli antincendio.
Per questo il calcolo ROI fotovoltaico industriale va trattato come un’analisi economico-ingegneristica, non come un preventivo rapido. Se lo fai bene, ottieni una stima difendibile davanti a CFO e proprietà, e soprattutto dimensioni l’impianto per trasformare spesa energetica in margine operativo.
Calcolo ROI fotovoltaico industriale: cosa stai misurando davvero
Quando in azienda si parla di ROI, spesso si intende “in quanti anni rientro”. Ma ROI e payback non sono la stessa cosa.
Il payback semplice risponde a una domanda pratica: in quanti anni i risparmi ripagano l’investimento. È utile, ma può essere fuorviante perché non considera il valore del denaro nel tempo, la manutenzione, la degradazione dei moduli, eventuali fermate, né l’evoluzione del prezzo dell’energia.
Il ROI in senso stretto è un rapporto tra benefici netti e capitale investito in un periodo. In ambito industriale conviene ragionare anche con NPV (valore attuale netto) e IRR (tasso interno di rendimento), perché ti permettono di confrontare il fotovoltaico con alternative reali: revamping impianti elettrici, efficientamento LED, inverter su motori, o semplicemente investimento in produzione.
Detto in modo operativo: se vuoi decidere bene, ti servono tre numeri coerenti tra loro – risparmio annuo atteso, costo totale di progetto “chiavi in mano”, e rischio (tecnico, autorizzativo, documentale).
I dati che servono (e quelli che quasi tutti dimenticano)
Un calcolo serio parte da dati verificabili. La bolletta è solo l’inizio: contiene prezzi e volumi, ma non racconta il comportamento dei carichi.
Servono almeno i consumi per fascia (F1-F2-F3) e, idealmente, i profili quartorari o orari dal contatore. Senza questa granularità, l’autoconsumo viene stimato “a sentimento” e basta poco per sbagliare di migliaia di euro l’anno.
Poi entrano i vincoli elettrici. In ambito industriale non è raro scoprire che il limite non è il tetto, ma la connessione: potenza disponibile, cabina MT/BT, protezioni, adeguamenti CEI, eventuali lavori su quadri e linee. Questi costi non sono accessori: impattano direttamente sul ROI perché sono CAPEX immediato.
Infine, la parte autorizzativa e di connessione (Enel, GSE, Comune, pratiche, antincendio dove applicabile). Se la documentazione è fragile, il rischio non è solo ritardare il cantiere: è compromettere incentivi e contributi che avevi messo a budget.
La formula che funziona in azienda (con le variabili giuste)
Per avere una base chiara, puoi partire da una struttura semplice e poi raffinarla.
Risparmio annuo = (kWh autoconsumati x costo evitato €/kWh) + (eventuale valorizzazione dell’energia immessa) – OPEX annui
Payback semplice = CAPEX / Risparmio annuo
Già qui ci sono scelte che cambiano tutto.
Il “costo evitato” non è il PUN letto sui giornali. In bolletta ci sono energia, trasporto, oneri, perdite, componenti variabili e fisse. Il fotovoltaico abbatte solo ciò che è legato ai kWh prelevati, non le quote fisse. Quindi va calcolato il €/kWh realmente evitabile per il tuo contratto e il tuo profilo.
L’OPEX annuo non è zero. Ci sono manutenzione ordinaria, monitoraggio, pulizia in funzione dell’ambiente (polveri, lavorazioni), verifiche elettriche e assicurazione. In un impianto industriale l’OPEX è parte della continuità produttiva: spendere poco e fermarsi costa più di spendere il giusto.
Autoconsumo: la variabile che decide il ritorno
L’autoconsumo è la quota di energia prodotta che usi mentre viene generata. È qui che il fotovoltaico industriale diventa margine.
Un impianto dimensionato sui carichi reali massimizza i kWh autoconsumati, quindi massimizza il valore di ogni kWh prodotto. Al contrario, sovradimensionare “perché il tetto lo permette” può allungare il payback: aumenti CAPEX e produci più energia che non riesci a usare, quindi una parte finisce immessa e valorizzata meno.
Ci sono casi in cui ha senso accettare un autoconsumo più basso. Per esempio se prevedi un aumento certo dei carichi (nuove linee, nuove celle frigo, ampliamenti), o se hai incentivi che riducono drasticamente il CAPEX e quindi rendono conveniente installare più potenza. Ma dev’essere una scelta, non un errore.
CAPEX: non è solo moduli e inverter
Nel calcolo ROI fotovoltaico industriale il CAPEX va scritto come lo vedrà il CFO: tutto ciò che serve per portare l’impianto in esercizio, in sicurezza, con documentazione corretta.
Dentro ci stanno progettazione, strutture, posa, pratiche, connessione, eventuali adeguamenti elettrici, sistemi di protezione e misura, sicurezza in cantiere, e collaudi. In contesti industriali, integrare lavori su quadri, cabine MT/BT o rifacimenti linee può migliorare affidabilità e ridurre fermi, ma va separato contabilmente: altrimenti rischi di “caricare” sul fotovoltaico costi che appartengono a un revamping elettrico.
La chiarezza qui evita discussioni interne: se il fotovoltaico ha un payback di X e il revamping elettrico genera un beneficio Y in continuità e rischio ridotto, li puoi approvare entrambi per motivi diversi.
Incentivi e finanza: il ROI cambia, ma solo se la pratica regge
Quando entrano incentivi (Transizione 5.0, bandi, credito d’imposta dove applicabile) il ROI può migliorare molto. Ma l’errore tipico è inserirli come “sconto certo” senza considerare tempi, compliance e requisiti.
A livello numerico, l’incentivo agisce sul CAPEX netto o sui flussi di cassa. A livello gestionale, agisce sul rischio: se la documentazione è incompleta, se le misure non sono tracciabili, se la progettazione non è coerente con i requisiti, il contributo può slittare o non arrivare. A quel punto il ROI che avevi approvato non esiste più.
Qui vale una regola aziendale semplice: meglio una stima prudente con alta probabilità di ottenere l’incentivo, che un ROI “da slide” che si regge su ipotesi non verificabili.
Esempio numerico: come si muove il payback
Immagina un impianto da 300 kWp su copertura in Puglia, con produzione annua stimata di 450.000 kWh. Se l’autoconsumo reale è 70%, autoconsumi 315.000 kWh.
Se il costo evitato medio per i kWh autoconsumati è 0,22 €/kWh, il beneficio lordo da autoconsumo è circa 69.300 €/anno. Aggiungi una valorizzazione dell’energia immessa per i restanti 135.000 kWh, diciamo 0,08 €/kWh: altri 10.800 €/anno. Totale 80.100 €/anno.
Togli OPEX annuo, poniamo 4.000-6.000 €/anno tra manutenzione, monitoraggio e verifiche: restano circa 74.000-76.000 €/anno.
Se il CAPEX chiavi in mano è 330.000-390.000 € (range volutamente ampio perché dipende da strutture, vincoli e adeguamenti), il payback semplice si muove tra 4,3 e 5,3 anni. Se l’autoconsumo scende al 50% a parità di tutto il resto, il payback si allunga sensibilmente.
L’esempio serve per capire una cosa: il driver non è “quanti kWp installo”, ma quanta energia riesco a trasformare subito in kWh non acquistati.
Le tre trappole che falsano il ROI
La prima è usare un prezzo dell’energia “medio” che non corrisponde alla tua bolletta. Un’azienda con contratti indicizzati e una con prezzo fisso hanno curve di rischio diverse e quindi decisioni diverse.
La seconda è ignorare i vincoli di rete e cabina. Se serve un adeguamento importante, devi metterlo a budget dall’inizio, altrimenti il ROI “salta” a progetto avviato.
La terza è sottovalutare performance e continuità nel tempo. Un impianto non monitorato può perdere resa senza che nessuno se ne accorga per mesi. In industriale significa perdere margine ogni giorno, non solo “produrre un po’ meno”.
Come impostare una valutazione approvabile da CFO e direzione
Se devi portare il progetto in approvazione, presenta scenari: conservativo, realistico, spinto. Cambia poche variabili chiave (autoconsumo, prezzo evitato, CAPEX, tempi autorizzativi) e fai vedere come cambia il payback.
Accompagna i numeri con le assunzioni, scritte. Non serve un tomo, serve trasparenza: da dove arrivano i kWh stimati, che dati di consumo hai usato, quali vincoli hai considerato, che OPEX hai previsto.
Se vuoi un’analisi ingegneristica sui tuoi carichi e un piano economico-finanziario che tenga insieme impianto, connessione e pratiche, puoi chiederla a Cresco Energy: il punto non è “fare un preventivo”, ma impostare un ROI che regga alla realtà di stabilimento.
Chiudila così, internamente: il fotovoltaico industriale non è un progetto energetico, è un progetto di competitività. Se i numeri sono costruiti sui carichi reali e sulla compliance, il ROI smette di essere una promessa e diventa una scelta di gestione.



