Un impianto fotovoltaico industriale sbagliato raramente “non funziona”. Funziona, produce, si vede in monitoraggio. Il problema è più sottile: non taglia la bolletta dove serve, non regge i picchi reali, oppure crea energia quando l’azienda non la può usare. Risultato: autoconsumo più basso del previsto, ritorni più lunghi, e discussioni infinite tra produzione, manutenzione e amministrazione.
Se il tuo obiettivo è trasformare kWh acquistati in margine operativo, il punto non è “quanti kWp posso mettere in copertura”. Il punto è come dimensionare fotovoltaico su consumi aziendali, cioè sui carichi reali, sugli orari, sulla stagionalità e sui vincoli elettrici e autorizzativi.
Come dimensionare fotovoltaico su consumi aziendali: l’errore che costa di più
Il dimensionamento industriale non è una divisione tra “consumo annuo” e “produzione annua”. Quella logica porta spesso a impianti sovradimensionati rispetto all’autoconsumo, con una quota elevata di energia immessa in rete a valori che non hanno lo stesso impatto economico dei kWh evitati in bolletta.
In azienda il valore non sta nel kWh prodotto, ma nel kWh prodotto quando serve. Per questo la variabile chiave è la sovrapposizione tra curva di produzione FV e profilo di carico del sito. Un’officina con assorbimenti stabili 8-18 è un caso molto diverso da un’azienda con forni, compressori e avviamenti pesanti o da un impianto che lavora su tre turni.
Il dimensionamento “a occhio” nasce quasi sempre da due scorciatoie: usare solo le bollette (che sono aggregate) oppure usare una potenza installabile massima (che è un vincolo fisico, non un criterio economico). Un progetto serio parte dai dati, poi li traduce in scelte impiantistiche e in un piano economico-finanziario difendibile.
I dati che servono davvero (e perché le bollette non bastano)
La bolletta ti dice quanta energia hai prelevato in un mese, quanta potenza impegnata hai, e spesso evidenzia fasce F1-F2-F3. È utile, ma non risponde a tre domande operative: quando consumi, quanto “spigolosamente” consumi (picchi), e quali carichi sono flessibili.
Per dimensionare bene, servono almeno un profilo di carico orario o a quarto d’ora e una lettura dei carichi critici. In pratica si lavora in due modi: analisi da misure esistenti (dati del contatore, piattaforme di monitoraggio, dati di cabina se presenti) oppure campagna di misura con analizzatori di rete in BT o in MT. Questa seconda strada è spesso quella che evita sorprese, perché fotografa anche qualità dell’energia, cosφ, squilibri e armoniche, elementi che in ambiente industriale possono influire su protezioni, inverter e affidabilità.
Un altro dato che pesa è la curva di utilizzo degli spazi: reparti che chiudono in alcune stagioni, linee che cambiano prodotto, celle frigo che modulano in estate, o impianti di aspirazione che raddoppiano quando si lavora su certi materiali. Il fotovoltaico “vive” su orizzonti lunghi: se il carico cambia, cambia anche il ritorno.
Dimensionamento per autoconsumo: la regola pratica che non è una regola
Nel B2B conviene quasi sempre partire da un obiettivo di autoconsumo elevato, non da una percentuale fissa. L’autoconsumo dipende da orari, continuità produttiva, e possibilità di spostare carichi. Due aziende con lo stesso consumo annuo possono avere risultati opposti.
La regola pragmatica è questa: si dimensiona per coprire bene il “baseload” diurno, poi si valuta se ha senso inseguire i picchi con più kWp o con strategie diverse. Se il tuo assorbimento minimo tra le 9 e le 16 è, ad esempio, stabile, quell’area è il primo obiettivo. Se invece il carico è intermittente, conviene evitare di installare potenza FV che produrrà spesso in surplus.
Qui entra la parte che molti saltano: l’azienda può aumentare l’autoconsumo senza cambiare produzione, semplicemente programmando meglio alcuni carichi. Spostare avvii di compressori, cicli di lavaggio, pompe, ricariche di muletti o logiche HVAC nelle ore centrali cambia il valore economico dell’impianto. Non sempre si può, ma quando si può è un moltiplicatore di ROI.
Vincoli elettrici: cabina, protezioni, e perché la rete interna conta
In ambito industriale il fotovoltaico non è solo “pannelli e inverter”. È un generatore che entra nel tuo sistema elettrico, con conseguenze su quadri, protezioni, selettività, correnti di corto e gestione dei transitori.
Se sei in MT con cabina MT/BT, il punto di connessione, la logica di protezione di interfaccia, la capacità dei trasformatori e la configurazione dei quadri diventano parte del dimensionamento. Anche in BT, un impianto importante può richiedere adeguamenti: sbarre, interruttori, rifasamento, coordinamento delle protezioni, e talvolta una revisione della distribuzione interna per evitare colli di bottiglia.
Questo è un trade-off tipico: più potenza FV installi, più aumenta la probabilità di dover intervenire sull’impianto elettrico esistente. Non è un male, è realtà industriale. Ma va messo a budget e a cronoprogramma, perché impatta fermo impianto e tempi di consegna.
Il sito decide metà del progetto: copertura, terra, carport
La potenza installabile dipende da superficie e ombreggiamenti, ma anche dalla staticità della copertura, dalla presenza di lucernari, evacuatori fumo, linee vita e vincoli antincendio. In molti capannoni la domanda vera è: “posso installare quanto serve senza rifare il tetto?”.
Su copertura, la scelta tra strutture zavorrate e fissate, l’orientamento, e la densità di posa impattano produzione e sicurezza. A terra, entrano recinzioni, distanze, vincoli urbanistici, e spesso una gestione più articolata delle autorizzazioni. I carport solari sono un’opzione interessante quando serve ombreggio parcheggi e si vuole aggiungere superficie utile senza toccare la copertura, ma hanno un profilo economico diverso perché includono opere civili e strutturali.
Batterie sì o no: risposta industriale, non da brochure
L’accumulo non è “obbligatorio” né “inutile”. Dipende da quanto surplus produci e da quanto vale per te ridurre prelievi in ore non solari.
Se lavori molto di sera o su turni notturni, una batteria può aumentare autoconsumo e ridurre picchi di prelievo, ma va valutata su cicli reali, potenza di carica/scarica e integrazione con i carichi. Se invece hai già un baseload diurno alto e poca energia in eccesso, l’accumulo rischia di essere un capitale immobilizzato con ritorni meno interessanti.
C’è anche un aspetto di continuità operativa: molte aziende confondono batteria con UPS. Non sono la stessa cosa. Se il tema è garantire continuità a carichi critici, si ragiona di architetture specifiche, selezione dei carichi, e logiche di commutazione. Il fotovoltaico con accumulo può contribuire, ma va progettato con criteri di sicurezza e affidabilità.
Incentivi e pratiche: il dimensionamento passa dalla compliance
Un impianto industriale vive dentro pratiche di connessione e regolazione: Enel (o altro distributore), regolamenti di esercizio, e quando applicabile iter GSE e misure collegate a incentivi o credito d’imposta. Qui il dimensionamento non è solo tecnico: è anche documentale.
Se stai valutando Transizione 5.0 o altre misure, il progetto deve reggere verifiche su consumi, baseline, risparmi e congruità dei costi. La differenza tra “impianto fatto” e “impianto incentivato” spesso è la qualità della documentazione, la tracciabilità delle scelte e la coerenza dei dati. Chi decide in azienda lo sa: il rischio non è l’inverter. È perdere mesi o perdere contributi per un impianto impostato male.
Metodo operativo: dal profilo di carico al kWp finale
Il percorso efficace, quello che evita preventivi a caso, è lineare.
Si parte da audit consumi e profilo di carico, poi si costruiscono scenari di potenza FV con simulazioni su produzione attesa e autoconsumo stimato. A quel punto si integra il vincolo elettrico (BT o MT, quadri, trasformatori) e il vincolo fisico (copertura, ombre, staticità). Solo dopo si sceglie l’architettura: inverter centralizzati o string, eventuale accumulo, eventuale revamping elettrico, e piano manutentivo.
Infine si mette tutto in un conto economico che un CFO possa leggere: CAPEX, OPEX, risparmi attesi per fasce orarie se disponibili, sensibilità su prezzo energia, e tempi di rientro realistici. Se il progetto non sta in piedi senza ipotesi ottimistiche, non è un buon progetto. Meglio un impianto più piccolo che lavora bene sul tuo profilo, che un impianto grande che vende energia a margini inferiori.
Per aziende in Puglia e nel Mezzogiorno, dove l’irraggiamento è favorevole, il rischio non è “produrre poco”. È produrre nel modo sbagliato rispetto ai carichi e non proteggere il valore con pratiche, connessione e manutenzione.
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Una scelta che paga quando è noiosa
Il dimensionamento migliore spesso è quello meno “spettacolare”: tanta attenzione ai dati, alle protezioni, ai dettagli di cabina e quadri, ai carichi che puoi spostare, alla documentazione che non deve saltare al primo controllo. È lavoro noioso, sì. Ma è anche l’unico modo per far sì che il fotovoltaico non sia un progetto in copertura, ma una leva stabile di competitività, mese dopo mese, mentre l’energia fa quello che vuole.

